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Giulia Son

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Colori nel Brand Design: il giallo.

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I colori non si scelgono a caso. Non solo ci sono regole formali, contrasti e affinità fra le varie tinte. No, i colori hanno anche un preciso significato e trasmettono emozioni, sensazioni e messaggi piuttosto specifici. Nel Design – e soprattutto quando si parla di Brand – è importante tenerne conto.

In una serie di articoli ho approfondito un po’ il discorso, tinta per tinta: oggi, ti parlo del colore giallo.

Alle origini del colore giallo.

L’etimologia del colore giallo si ricollega alla radice indoeuropea ghel– , ovvero brillante, splendente. Da questa radice, il proto-germanico gelwaz, giallo o verde pallido, ed il latino galbus o galvus, giallo.

Vorrei farti notare che l’originaria radice ghel- significa anche “urlare”, per cui, il colore giallo, per la sua particolare vivacità, può essere considerato un colore “urlante”.

E, il giallo, è certamente un colore che non passa inosservato. Anzi, è stata una delle tinte più dibattute e divisive nella storia del colore.

Breve storia del giallo.

Il giallo è stato, con grande probabilità, uno dei primi colori utilizzati dall’uomo. Si otteneva in modo molto economico, ricavandolo dall’ocra.

Il tono accesso, che ricorda l’oro, è stato molto apprezzato per tutta l’antichità, soprattutto quando si scoprì come ricavarlo dall’orpimento, ossia il cristallo di solfuro di arsenico. Si produceva così un giallo puro e ancora più brillante, superiore per consistenza e intensità all’ocra. Questo giallo era soprattutto presente nella tavolozza degli antichi Egizi perché collegavano il colore al Sole e agli Dei immortali.

Nel Medioevo le cose cambiano radicalmente con l’introduzione della distinzione fra oro e giallo. Il primo, brillante e luminoso, ma anche costoso, comincia ad essere riservato alle opere sacre. Il secondo, che a quell’epoca si otteneva soprattutto da materiali tossici come l’arsenico e il cromo, viene associato ad un simbolico significato negativo.

Un esempio è rintracciabile nell’uso che si faceva del giallo negli abiti, al fine di “marchiare” alcune categorie sociali indesiderate, come i monaci accusati di stregoneria. A Venezia indicava le prostitute, mentre nei paesi fiamminghi debitori e truffatori. Nel 1215, con il IV Concilio Lateranense, fu introdotto l’obbligo per gli ebrei di indossare il giallo, a partire dai 12 anni, come segno distintivo.

Il colore della luce.

Se il giallo è acceso, energetico, brillante, non può che farsi notare. Il nostro occhio lo associa a tutto ciò che è positivo: alla giovinezza, al dinamismo, al calore, all’energia e al movimento. È, anche, il colore dell’oro quindi rimanda all’abbondanza, alla ricchezza e a tutto ciò che è simbolo di prosperità.

Nel Buddismo, il giallo indica la saggezza. In Cina era riservato all’uso esclusivo dell’imperatore ed ancora oggi è associato alla socievolezza, alla socialità, alla spiritualità ed alla pazienza.

Ma, come ti ho già spiegato, si porta dietro anche significati negativi e dalla doppia faccia.

Fino a qui, ti ho dato una serie di informazioni un po’ alla Piero Angela, lo ammetto.

Ma tutto questo mi ha permesso di dimostrarti come il giallo, al pari di ogni tinta, sia in grado di suscitare sensazioni, emozioni e addirittura reazioni fisiche contrastanti, come ti spiegavo già qui.

Questa è la ragione per cui, nel Design, i colori si usano con discernimento. E, di sicuro, il Brand Design non fa eccezione.

Il giallo nel Brand Design.

Ecco, parlando di emozioni e sensazioni: secondo alcuni studi, il giallo farebbe venire appetito. Come il logo giallo di McDonalds, che sembrerebbe sfruttare questo colore energico anche per attrarre una clientela giovane.

Ma, attenzione, il giallo, come tutti i colori, potrebbe diventare rischioso se troppo tenue e chiaro perché può scomparire, e sugli schermi di computer e tv può diventare fin troppo acceso.

Che il giallo vada scelto con molta cura, lo ha dimostrato un esperimento, nel 1950, della Procter & Gamble, che provò a colorare in tre diversi colori, fra cui il giallo, le scaglie da aggiungere al detersivo “Cheer”, facendo testare il prodotto ad un campione di consumatori. Tutti gli intervistati che avevano provato il detersivo con l’additivo giallo lamentavano che non puliva il bucato.

Interessante, vero?

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